It’s cover time!

Di recente l’idea di fare cover e di pubblicarle su YouTube si è fatta molto più divertente. La cosa era nata un po’ per scherzo lavorando con i Nasby&Crosh ad una versione acustica di Holy Diver” di Dio. Da lì il passo è stato breve: perché non dedicarsi a fare in versione acustica i brani più improbabili possibili anche in solista?

Ecco qua un elenco delle cover disponibili, elenco che verrà aggiornato costantemente ogni volta che o io o i Nasby&Crosh caricheremo un nuovo video!

The Doors – Riders on The Storm

George Gershwin – Summertime

Kraftwerk – The Robots

Iron Maiden – Run to The Hills

Metallica – Enter Sandman

Deep Purple – Smoke on The Water

Iron Maiden – Fear of The Dark

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Infinito

Settimana scorsa ho avuto modo di sentire ancora un leitmotiv della matematica del popolo, che suonava più o meno così: “i matematici dicono di capire l’infinito, ma in realtà non lo fanno, perché usano una definizione che di per sé è finita”.
Al di là del fatto che non è vero – la definizione di infinito è data in potenza, come la quantità più grossa di qualsiasi quantità immaginabile – non voglio addentrarmi su questioni di natura filosofica. 

Voglio solo raccontarvi qualche cosa sull’infinito (usando un piccolo aneddoto per tirarvi in mezzo).

Ci è facile associare ad ogni lettera dell’alfabeto un numero: con esattamente ventisei simboli possiamo scrivere tutte le parole della nostra lingua e con altrettanti numeri possiamo fare qualcosa di simile. Seguendo questo schema il mio nome diventerebbe 11251919915. D’accordo, non si distingue la sequenza ssi (19.19.1) da saia (19.1.9.1). Allora mettiamo due zeri tra una lettera e l’altra: 10012005001900190090015.

Il mio nome diventa un numero. Il nome di ogni cosa che la nostra lingua descrive diventa un numero e i numeri sono così tanti che, con questo schema, possiamo trovare dei numeri che corrispondono ai nomi di ogni cosa esistente, esistita e che esisterà, in tutte le lingue.

Andiamo più in là.

Immagine banale #1, così non vi annoiate troppo

Immagine banale #1, così non vi annoiate troppo

Prendete un libro. Seguendo lo schema di prima ad ogni parola possiamo associare un numero (dimentichiamoci dei simboli grafici e degli spazi: possiamo inserirli associandoli a sequenze di zeri prestabilite, così a partire dal numero possiamo ricostruire il testo di partenza). Scorrendo i numeri naturali prima o poi vi imbatterete nell’ultimo libro letto, nell’ultimo letto dal vicino, nell’opera completa di Asimov e in tutti i racconti di Lovecraft. Potrete trovare tutta la biblioteca in fondo alla via, tutte le dispense di tutti gli esami che avete dato, tutte le lettere d’amore scritte da quando esiste l’italiano. E, ancora una volta, tutti i libri esistenti, esistiti e che esisteranno, in ogni lingua.

Facciamo un altro passo.

Immagine banale #2

Immagine banale #2

Prendiamo una chitarra e ad ogni tasto di ogni corda associamo un numero che non contenga zeri: dovremmo avere circa 180 numeri diversi. Ci possiamo inventare una scala che ad ogni durata possibile (croma, semicroma, minima…) e a ogni figura possibile (terzina di ottavo, quintina di sedicesimi) associ una sequenza finita di zeri.

Mhh.
Qualcosa non torna.

Se avessi una sequenza di pause mi perderei a contare gli zeri e di certo non riuscirei a tornare indietro alle note effettive.

Proviamo qualcosa di più interessante. Per ogni figura armonico/ritmica/melodica possibile prendiamo un numero che non contenga zeri: di certo avremo una gran quantità di rappresentanti, ma comunque qualcosa di finito (forse un milione, forse trenta…). Ora ad ogni nota di uno spartito per chitarra facciamo corrispondere il numero scelto in precedenza, tenendo conto di posizione, durata e di tutti i fattori mediante i quali abbiamo costruito il nostro alfabeto numerico; infine per distinguere le note potremmo piazzare uno zero tra uno e l’altro.

Certo, scrivere giù “Fra Martino Campanaro” potrebbe voler dire usare un foglio grosso come tutta la terra e una penna con tutto l’inchiostro dell’oceano, ma otterremmo sempre e comunque un numero.
Con questo schema, scorrendo la linea dei numeri ad un certo punto ci imbatteremmo nella sequenza di note che corrispondono all’assolo che Pat Metheny ha suonato nel febbraio dell’82, nella parte di chitarra di “Sultan os Swing” e nell’assolo che domani sera proverò a suonare. Sicuramente, per esteso, anche nella parte di violino della nona di Beethoven e tutti i notturni di Chopin.

Ehy, ma come funziona per gli accordi? Questo va tutto bene se pensi a singole note, ma a più note assieme?

Costruiamo uno schema di tutte le note singole. Poi ci mettiamo due zeri. Poi aggiungiamo un’altra sequenza considerando solo le voci escluse e così via fino ad esaurire la polifonia del brano. Dove non ci sono note, mettiamo pause.

C'è anche spazio per questa simpatica immagine che capirete in due o tre!

C’è anche spazio per questa simpatica immagine che capirete in due o tre!

La cosa più affascinante rimane, però, nelle piccole cose. Seguendo questi schemi imperfetti ad un certo punto potrei trovare, tra “tutti” i numeri, la sequenza che corrisponde al messaggio che invierò tra un’ora, alla lista di quello che ho mangiato l’altro ieri, all’elenco di tutti i miei amici, tutti gli stipendi che mai percepirò in vita mia messi in sequenza e i nomi di tutti i soprammobili rossi di casa di mia nonna.

E anche questo articolo che ho appena finito di scrivere.

Aggiunta: Riconosco che il post richiama Borges. Non ho ancora avuto modo di leggere “Finzioni”, ma ho letto abbastanza su questo libro da sapere di cosa parla. Ogni rimando è puramente inconscio, dato che il tutto è nato da una riflessione sotto la doccia!

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Di zattere raminghe e altre storie

Oggi è una giornata un po’ strana. Ho quattro ore di “presidio”. In pratica viene commercializzato un nuovo prodotto di cui ho curato lo sviluppo e devo essere reperibile nelle prime fasi di vendita per tappare eventuali buchi. Insomma, si lavora di sabato, ma le prospettive sono così buone che probabilmente avrò quattro ore di puro nulla davanti a un PC. Ne approfitto per parlarvi un po’ degli ultimi giorni.

E come non iniziare con Raminga!
Giovedì scorso (12/09) ho avuto la strana opportunità di suonare su una zattera ormeggiata alle sponde del Naviglio Grande: tra tutti i luoghi in cui mi sono esibito questo entra di diritto nella top tre di quelli più particolari.
Raminga, appunto, è il nome di questa piccola imbarcazione: una decina di assi di legno, tenute a galla da qualche barile pieno d’aria e circondate da una piccola balaustra, che, per la prima volta da molto tempo, hanno osato solcare le acque urbane del Naviglio milanese, attraccando qua e là per offrire la propria storia e le proprie idee.

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Io e l’amico Bittì abbiamo avuto modo di portare un po’ della nostra musica alle orecchie di passanti incuriositi, turisti affascinati e spettatori attenti.
Non preoccupatevi! La zattera era saldamente ormeggiata e noi cercavamo di muoverci il meno possibile per evitare oscillazioni troppo moleste: all’inizio non nego che ho avuto qualche attimo di difficoltà a muovermi su un palco così instabile!
È stato divertente e mi ha permesso di vedere Milano da una prospettiva diversa: guardando non più dalle sponde verso l’acqua, con il naso all’ingiù, ma dalla corrente verso la strada, con lo sguardo verso l’alto. Essere la chitarra di accompagnamento ha i propri vantaggi: puoi guardarti attorno, seguire con gli occhi la corrente, scrutare una a una le facce che sono lì presenti. Da lì “sotto” la città era completamente diversa: bella, serena, rilassante e viva, come mai mi era capitato di vederla. Trovate un po’ di foto sulla pagina della BT Sound e se volete vedervi un video cliccate qua!

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Una notizia che ancora non è trapelata su questo mio blog è la preparazione del mio prossimo disco: non a caso, visto che vorrò dedicarci un post di presentazione una volta che le cose si faranno più concrete. Si chiamerà “Even Silence has Gone”, lo stiamo registrando al Late Sound Studio, curato e prodotto da me e dalla Bt Sound Productions e sarà un disco acustico che porterà avanti il discorso iniziato su “Breathe”. Di queste prime notizie potete trovare traccia sul web: ne hanno parlato HamelinProg, Rockambula, VoceSpettacolo e su UndergroundZine. Seguite l’hashtag #evensilencehasgone per tenere d’occhio tutte le novità.

Un altro progetto che sta andando verso il concreto sono i Nasby & Crosh. C’è in lavorazione un concept, “The Storm”, suddiviso in tre EP che progressivamente verranno rilasciati: rimando alla loro pagina per delucidazioni sulle tematiche affrontate. Parteciperò sia come chitarrista che come compositore, fornendo due miei brani per il terzo atto di questo lavoro. Il genere è pop folk, impreziosito da una buona dose di complessità negli arrangiamenti e nei cori. Potete trovare un assaggio in “Time Travelling”, già uscita sulla compilation “Late Sound Music”:

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Dove si va?

Le ultime settimane sono state così piene di novità che mi sembra utile fare un piccolo recap: c’è così tanto in ballo che questo post, molto probabilmente, servirà più a me che a voi.

Iniziamo dai lavori in studio. Dopo una serie di video anticipatori (qui, qui e qui) le Rever Noir hanno finalmente pubblicato il loro primo EP omonimo. Ho registrato alcune chitarre acustiche su “Glicine” e ho curato il missaggio di 2/3 del lavoro, culminando questa prima attività di produzione con una comparsata sul palco alla serata di presentazione, organizzata da Sound & City.

Parallelamente ho iniziato a collaborare un altro progetto – i Nasby&Crosh – che coniuga un anima prettamente pop con arrangiamenti e forme legate alla musica folk: abbiamo appena registrato le chitarre del primo singolo e verso fine mese sarà disponibile.

Ma forse la vera notizia è che ad agosto registrerò il mio prossimo album solista: dopo due anni da “Breathe” è arrivato il tempo di raccogliere in studio quanto maturato nel frattempo e di realizzare un nuovo capitolo. Sarà un disco acustico, sulla scia del predecessore, ma verrà impreziosito da alcune collaborazioni e da alcuni arrangiamenti, chiudendo idealmente il discorso iniziato e gettando le basi per alcuni sviluppi futuri.
Alla realizzazione collaborerò con gli studi della BT Sound Productions registrando un mio disco per la prima volta fuori dalle mura domestiche.

ALO

Passiamo ad altri ambiti. Ho iniziato a scrivere per un nuovo sito, Over News Magazine: qui curerò una rubrica di carattere musicale, parlando liberamente di qualsiasi argomento mi interessa. Il primo articolo pubblicato è un consiglio musicale declinato in tre dischi, sulla scia delle palylist che rendevo disponibili su questo sito. Questa collaborazione stretta con il mastermind del sito mi ha permesso di inviare alcuni miei brani alla web radio che ha iniziato a condurre: in conclusione alla prima puntata è stato trasmesso un mio brano.
Inoltre stasera alcuni miei brani saranno trasmessi dalla Talent Web Radio dalle 21 in punto!

Per i più zarri: ieri ho registrato un video di un brano dei Black Sabbath, “God Is Dead?”. Lo trovate qua: http://youtu.be/ndFq4fFJ6v8

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Réver Noir – Glicine

“Glicine” è il primo singolo estratto dal prossimo EP delle Réver Noir. Ho avuto modo di lavorare molto su questo nuovo progetto in studio, curando gli arrangiamenti, la produzione, parte del missaggio nonché registrando alcune chitarre acustiche. È stato un lavoro piacevole, intenso e ispirante, sempre a confrontarsi con il ricercare il giusto equilibrio tra idea e contenuto.

Presto troverete tutto l’EP in streaming sul loro BandCamp o sul loro sito. Venite a trovarle live martedì 13 Giugno al Barrio’s!


www.revernoir.com
www.revernoir.bandcamp.com
www.soundcloud.com/revernoir

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Ray

Sapere che ieri sera Ray Manzarek ci ha lasciati crea uno sconforto incredibile. I Doors hanno bene o male segnato alcuni momenti musicali davvero importanti: le prime prove sulle note di Roadhouse Blues, la scelta di chiamare il secondo gruppo con cui ho suonato “Riders on the Storm” e, ultima solo in senso cronologico, l’avventura in tre con gli APJ Trio, seguendo quella formazione con il basso affidato alla tastiera…

Tanti momenti, importanti o meno. DI sottofondo quelle poche note.

Ciao Ray, ci mancherai.

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#JazzDay 2013

Oggi, 30 Aprile, si celebra l’International Jazz Day, evento annuale ideato dall’UNESCO al fine di promuovere il jazz come strumento educativo e come forza per la pace, l’unità, il dialogo e la cooperazione tra individui. È un’occasione per vivere e celebrare uno degli stili musicali più prolifici e poliedrici sia nella sua veste musicale che in quella sociale.

Colgo l’occasione per presentare una playlist di una decina di brani che rappresentano per me l’essenza del jazz; non si tratta certo di un’introduzione al genere o di un best of – sarebbe sicuramente povero e non rispettoso della tradizione – bensì vuole essere un elenco di pezzi senza i quali non potrei vivere e senza i quali per me il jazz non sarebbe mai esistito.

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Miles Davies – So What
Chiamatemi banale, ma l’assolo di Miles su questo brano è uno dei più accurati, passionali e complessi di tutto il jazz. Cresce lentamente, evolvendosi su piccole frasi di due o tre note, presto allargate con scalate più rapide e sferzate più violente.

Thelonious Monk – Everything Happens To Me
Parliamo della versione contenuta su “Solo Monk”: anche se non si tratta di uno dei pezzi del santone, rimane comunque una delle mie interpretazioni preferite, il brano che ha saputo introdurmi – non senza una buona dose di malinconia – al mondo di Monk.

Pat Metheny Group – Last Train Home
Pezzo quasi programmatico, in cui l’essenza del suonare sul 2 e sul 4 diventa cardine del brano stesso: Pat dilata all’infinito il tempo marcato dai sedicesimi-locomotiva, tirando le note e spalmandole con un’abilità incredibile, regalandoci uno dei soli più gradevoli della sua carriera.

Pat Metheny & Charlie Haden – Our Spanish Love Song
Un brano eccezionale per un disco superbo. Un’avventura in cui la musica folk (americana e non solo) si fonde con la tradizione della musica nera, regalando splendidi duetti e immagini di incredibile rarezza. 

Esbjörn Svensson Trio – The Face of Love
Uno dei trii più innovativi degli ultimi anni. Loro sono svedesi e della Svezia ci regalano tutta la freddezza (nel senso buono, della neve, delle lastre ghiacciate e delle visioni lunari). Questo brano, in particolare, è uno degli esempi più belli di fusione tra jazz e mondo orientale, una delle contaminazioni che più adoro e più ricerco.

Joe Pass – All The Thing You Are
Joe Pass è indubbiamente uno dei grandi della chitarra jazz: al pari di altri giganti come Django e Jim Hall, ha saputo mostrare al mondo quanto la chitarra possa essere uno strumento essenziale e fondamentale nel genere. In questa interpretazione di uno degli standard più classici lo vediamo giocare con il tempo, con il fraseggio e con gli accordi, con una semplicità disarmante

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John Scofield Trio – Someone To Watch Over Me
Questo è il brano con cui ho conosciuto Scofield e con il quale mi sono innamorato del suo stile claudicante, grezzo, pieno di tensioni. Scofield è così: o piace o non piace, ma certo è che il suo stile è davvero inarrivabile.

Tuck & Patty – My Romance
Non sono mai stato un grande fan del vocal jazz e tutt’ora non lo sono, ma per T&P ho dovuto fare un’eccezione: l’abilità di comping di Tuck, la voce soave e profonda di Patty sono in grado di regalare versioni incredibili e sempre nuove di brani che hanno fatto la storia. Senza aggiungere che sono solo in due e riescono a stupire comunque.

Charlie Parker – Billie’s Bounce
Bird è Brid. Non ci si può sbagliare quando si sente il suo sitle, il suo fraseggio inimitabile che lasciava a bocca aperta gli stessi musicisti con cui suonava, i quali spesso si dimenticavano di entrare con le loro parti talmente erano assorti. Questo brano in particolare è il primo che ho imparato da quando mi sono dedicato allo studio del jazz e occupa quindi un posto molto particolare.

Brad Mehldau – Hey Joe
Perché una versione di un brano moderno? Perché è con questa canzone che Brad aprì un concerto che vidi a Milano, nella splendida cornice dell’Orto botanico della Statale. E quella sera, con quel primo brano, credo di aver trattenuto il fiato per una decina di minuti abbondanti.

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