Ricreando Finnegans Wake

Mentre Even Silence Has Gone usciva, Chelidon Frame era ben lungi dal rimanere assopito. Nella corrente sotterranea di progetti, sonorizzazioni e compilation open-call è passata molta acqua: mi sono accorto, però, che alcune delle cose a cui ho lavorato con il mio alter-ego un po’ più sperimentale si sono perse nel marasma del rilascio del disco.

Waywords and Meansigns – Recreating Finnegans Wake (In Its Whole Wholume) è, fose, una di queste. E le tante domande interessate che mi sono state rivolte l’altra sera a MwRadio, a margine della promozione del nuovo album, mi hanno convinto a raccontare questo progetto più nel dettaglio: come ho fatto tempo fa (ad esempio in questo post, in quest’altro e anche in questo terzo) mi piacerebbe condividere parte della storia e del processo creativo che hanno portato alla realizzazione di questo brano.

First things first. Cos’è “Waywords and Meansigns”?

Potremmo descriverlo come un progetto di rilettura e di sonorizzazione dell’ultimo lavoro di James Joyce, “Finnegans Wake”. L’opera è generalmente conosciuta come un proibitivo tomo di nonsense, giochi di parole, scherzi fonetici, rumori e frasi senza capo né coda. La complessità del libro, ovviamente, è molto più profonda di quello che può offrire una descrizione così generale: The Wake è un’opera straordinaria, multiforme, rara e impegnativa, nonché culmine di una ricerca fonetico / linguistica che Joyce ha portato avanti per gran parte della sua vita artistica.

Elemento fondamentale, però, rimane la sua difficoltà. Al punto che in pochi possono dire di averla letta e ancora meno di averla capita. Waywords and Meansigns – Recreating Finnegans Wake (e il suo fautore, Derek Pyle) entra in questo punto a gamba tesa: la rilettura vuole rendere più accessibile un’opera che normalmente non lo è, arricchendo l’esperienza della narrazione orale (vero motore di questo libro, pensato più per essere narrato, che letto) con una sotto trama musicale che, esente da un’unificazione di genere, possa accompagnare il lettore / ascoltatore.

“Finnegans Wake” viene così divisa in capitoli e sezioni e ciascuna di queste viene inoltrata a un gruppo di lavoro, composto sia da una parte di narratori, sia da una parte di musicisti (spesso le figure coincidono).

Waywords and Meansigns: Recreating Finnegans Wake - in its Whole Wholume

Waywords and Meansigns: Recreating Finnegans Wake – in its Whole Wholume

Entusiasta del progetto inoltro la mia candidatura. Ancora più entusiasta della risposta di Derek mi dedico all’analisi del capitolo assegnatomi. La prosa è impegnativa, oscura: il lavoro di recupero di tutte le suggestioni volute da Joyce è pesante e la prima lettura è un viaggio tortuoso e pieno di fatiche.

Un po’ scoraggiato mi faccio due conti in tasca: mancano poco più di due mesi (era febbraio) alla deadline, narratori madrelingua o con un buon accento scarseggiano e poi c’è “Even Silence Has Gone” alle porte. Decido di tirarmi indietro. Invio la mail, scusandomi con Derek per averli tenuti in ballo senza seguito. La risposta è rincuorante: non è un problema, ma volendo c’è una sezione già narrata (da Robert Amos) che aspetta solo di essere musicata. Il mio lavoro sarebbe stato poi intrecciato con la parte orchestrata da un altro artista.

Apro logic, inserisco la traccia e, edizione Wordsworth Classics alla mano, seguo la traccia, “The Ballad of Persse O’Reilly”.

L’accento, la voce, l’espressione di Robert sono sublimi. Ha il carisma perfetto, la cadenza giusta e l’intonazione cantilenante per interpretare la ballata. Un po’ mi sento “piccolo”, in confronto.

Wordsworth Classics

Wordsworth Classics

Parto subito delineando tre sezioni, date dal cambio di impostazione della voce di Robert: una prima parte risulta essere più musicale e più legata alla partitura pensata da Joyce per la ballata; una seconda si fa più libera e delirante; la terza sembra tornare a un certo livello di ordine, mantenendo però sottointeso un senso generale di confusione.

L’idea è quella di creare un drone melodioso e generato dalla chitarra per la prima parte, su cui intrecciare vari sintetizzatori e rumori, in un crescendo che esploda e converga nella seconda sezione. Qua, dopo un’iniziale “tregua”, sarebbero dovuti emergere rumori grezzi e fastidiosi, dati da vari found objects, chitarre preparate e colpi abissali. La terza parte, invece, era dedicata a un paio di droni generati da impulsi casuali, sui quali inserire grumi di sintetizzatori in un crescendo che non esplode mai. Il tutto mantenendo l’idea di fondo di creare un contrappunto alla parte vocale.La parte centrale è quella facile: ci sono chitarre scordate, rumorini, delay incrociati, radio noises e oggetti reperti in casa, adeguatamente trattati per l’occasione.

Anche lo scheletro della prima parte esce di getto: il suono della chitarra viene allargato da grossi riverberi a impulso e delay programmati. Il risultato è un drone cavernoso, distorto e complesso, ma che mantiene vivo un nucleo armonico riconoscibile. Su questo si inseriscono bene un synth con “suono da elicottero” incluso, che in base alla dinamica crea una risposta più o meno accentuata, e una serie di oggetti che vanno in risposta alla narrazioni.

CF_WWC1

Il vecchio studio

Lavoro a lungo su questa prima parte. C’è sempre qualcosa che manca, qualcosa che non torna, quel suono lì che è meglio là. Senza aggiungere che mentre ci lavoro sopra accadono un po’ di cambi nel piccolo studio di casa mia, quindi alcuni pezzi vanno ridiscussi, sistemati a nuovo e corretti. Alla fine il risultato inizia a convincermi, ma è solo con la chiusura della terza parte che questa prima sezione trova compimento.

Delineati i suoni del paragrafo conclusivo, viene facile incastrare dei rimandi (e delle anticipazioni) nelle altre parti, andando così a incrementare l’omogeneità del tutto. Con questo ultimo tocco il brano è chiuso. Viene poi missato con l’accompagnamento orchestrale di Alan Ó Raghallaigh, confluendo in quella che è la versione ascoltabile sulla release.

L’opera di Waywords and Meansigns – Recreating Finnegans Wake (In Its Whole Wholume) ha avuto grande eco, al punto da mettere in cantiere una seconda edizione. È stata recepita ottimamente sia dai profani che dagli ambienti che tengono viva la fiamma di Joyce. Un riconoscimento mi sta molto a cuore: è quello del James Joyce Center (centro di ricerca e di valorizzazione dell’opera joyciana) il quale sceglie come brano di presentazione dell’intera opera proprio quello che ho elaborato come Chelidon Frame.

La mastodontica prima versione (31 ore, 11 minuti e 8 secondi) può essere scaricata, ascoltata e condivisa al link: https://archive.org/details/waywordsandmeansigns/v2

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Informazioni su Alessio Premoli

Chitarrista e compositore di Milano. Porta avanti un progetto solista, con il quale sta per pubblicare il terzo disco, e suona con altri gruppi. Scrive per passione collaborando con OverNewsMagazine e SouniDisotorti. Appassionato di fantascienza e dedito alla matematica (in cui vanta una laurea) lavora come consulente software nella speranza di diventare presto musicista fulltime!
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