Pain of Salvation live @ Magazzini Generali

Era da parecchio tempo che non tornavo ad interessarmi dei Pain of Salvation: avevo avuto remote notizie dell’imminente album acustico e del tour che avevano intrapreso, qualche breve informazione sui vari cambi di formazione, ma nulla di più. Nella mia testa erano congelati all’aspetto che avevano durante il tour di Road Salt One.
Ho accettato di buona lena, quindi, di andarmeli a vedere in questa nuova veste, acustica, intima e un po’ vintage. Avevo curiosato sulla loro pagina facebook scoprendo qualche anticipazione sull’aspetto della serata: il palco viene trasformato in un salotto di fine anni settanta, con tanto di carta da parati scolorita, poltrone in pelle marrone e poster di Jimi Hendrix.
I presupposti erano buoni anche se devo ammettere che partivo prevenuto. Mi aspettavo una serata alla 12:5: unplugged molto grezzo, scaletta composta dalle solite canzoni suonate con gli strumenti acustici al posto dei chitarroni… Insomma, ero lì più che altro per sentirmi qualche pezzo della mia infanzia da amante del prog metal cantato da chi li aveva scritti.

Fose non mi ero mai sbagliato così tanto in vita mia.

Arriviamo ai Magazzini per le 20 precise. Incrociamo gli ultimi due pezzi di Anneke van Giersbergen (uno dei due opening act della serata), voce celestiale, a cavallo tra le due degli Abba e quella di Karen Carpenter, accompagnata dalla sola chitarra. Davvero suggestivo e affascinante.
Puntuale come un orologio svizzero, Daniel fa il suo ingresso sul palco alle 20.30: microfono alla mano si siede su una poltrona in pelle e inizia a parlare. Ci racconta di questa anziana signora (credo fosse la nonna della moglie) che a causa di una forma di demenza senile, progressivamente perde parte della propria memoria; per ogni persona riesce a ricordare un’unica storia, un unico episodio che continua a riportare in ogni occasione. Vive da sola in un vero e proprio museo degli anni settanta e a ogni evento “pubblico” della famiglia, prova un disagio dovuto all’abitudine alla solitudine. È da questa figura che parte il presupposto, l’idea originaria di queste serate: ricreare un luogo dal sapore vintage in cui raccontare episodi isolati (e alle volte dimenticati) della storia del gruppo.

POS

Si parte in punta di piedi con un brano nuovo, “Falling Home“. Inizia Daniel con chitarra e voce e, poco a poco, si aggiungono gli altri membri del gruppo: Léo Margarit alla batteria, Daniel Karlsson alle tastiere, Gustaf Hielm al basso e al contrabbasso e Roger Öjersson alla chitarra (esclusivamente per questo tour). L’atmosfera è rilassata, piacevole e distesa: i cinque riescono a creare un’ambientazione sonora davvero intima.

Si passa subito a de grandi brani: “Diffidentia” e “Linoleum“, presentati in una veste così particolare che almeno fino alla prima strofa metà dei Magazzini non li aveva ancora riconosciuti. E qui ho realizzato quanto mi fossi sbagliato riguardo a quella serata. Le canzoni erano state riarrangiate da cima a fondo, ribaltate e adattate alla formazione acustica: i suoni, le dinamiche e l’impatto acustico erano stati studiati nei minimi dettagli, così che anche le parti più violente (che sarebbero potute suonare come delle grattuggiate belle poderose) potessero trovare un loro posto e un loro senso.
I nostri sono a loro agio sul palco: Gustaf salta dal basso acustico al contrabbasso quasi ad ogni brano; Roger, nonostante l’aspetto austero da metallaro del nord ci regala assoli splendidi e raffinati. Daniel sa trovare il suo posto in ogni situazione: nella versione intima e soffusa di “Ashes” si nasconde nell’unico angolo illuminato del palco; su “Disco Queen” si trasforma nel trascinatore di folle in primo piano sul palco.
—-

—-Viene attraversata trasversalmente la carriera della band: “ToTheShoreline“, “Stress“, “IterImpius“, “Spitfall” e “ThePerfectElement“, solo per citarne qualcuno, trovano spazio in questa serata. Senza contare le cover: la bella “HelpMeMakeItThroughTheNight” (in duetto con Anneke) e la superba “HolyDiver” (in un’assurda versione jazz/raggae/swing) regalano momenti davvero piacevoli e divertenti.

Purtroppo, per motivi legati all’organizzazione, i nostri devono tagliare corto: dopo una fintissima uscita di palco in cui nessuno credeva che la serata fosse finita, tornano sul palco per i bis. Apre una cover di “Dust in The Wind” impreziosita dagli archi degli Árstíðir (primo gruppo della serata) a cui seguono “Chain Sling” e “1979“. Su quest’ultima fanno capolino sul palco tutti i membri degli altri due gruppi, regalandoci in chiusura una versione collettiva di questo splendido brano.

Un concerto davvero prezioso che mi ha fatto riscoprire, dopo qualche tempo di abbandono, l’anima per cui adoravo questo gruppo. I Pain of Salvation erano divertiti, liberi di suonare serenamente senza vincoli di forma e di genere. E il pubblico percepiva questo, abbandonandosi all’ascolto totalmente in silenzio.

Me & Daniel

(Alla fine abbiamo aspettato l’uscita dei nostri: dopo aver rincorso Daniel siamo riusciti a strappargli una foto e qualche autografo!)

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Informazioni su Alessio Premoli

Chitarrista e compositore di Milano. Porta avanti un progetto solista, con il quale sta per pubblicare il terzo disco, e suona con altri gruppi. Scrive per passione collaborando con OverNewsMagazine e SouniDisotorti. Appassionato di fantascienza e dedito alla matematica (in cui vanta una laurea) lavora come consulente software nella speranza di diventare presto musicista fulltime!
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