Playlist #009

Arvo Pärt – Tabula Rasa [1999]
Crimson Jazz Trio – King Crimson Songbook Vol.1 [2005]
Charles Ives – Central Park in the Dark [2006]
Pat Metheny Group – Pat Metheny Group [1978]
Tomasz Stańko Quintet – Dark Eyes [2009]
Tool – 10.000 Days [2006]
Tuck & Patti – The Best of Tuck & Patti [1997]


Arvo Pärt – Tabula Rasa
ARVO PART

Pärt nasce come compositore d’avanguardia, nel solco della dodecafonia e del serialismo, ma ben presto abbandona questo sentiero intraprendendo lo studio del canto gregoriano e della polifonia rinascimentale. Frutto di questa opera di recupero sono i tre brani contenuti in questa piccola raccolta: “Fratres“, vera e propria sinfonia di archi, “Tabula Rasa” e la terza sinfonia. La seconda di queste tre composizioni è il vero gioiello dell’opera Pärtiana, una combinazione atemporale di scene musicali profondamente diverse. Il primo movimento è condotto tutto sulla sovrapposizione continua di voci attorno ad una prima esposizione, un crescendo armonico, più che dinamico; il secondo, Silentium, senza moto è una stupenda riflessione condotta attorno alle note ieratiche di un pianoforte preparato. Il risultato è una superba opera compositiva, fine e evocativa come poche.


Crimson Jazz Trio – King Crimson Songbook Vol.1
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Questo tributo, unico nel suo genere, mi ha regalato ascolti davvero interessanti. Il trio comunica un’energia ed una raffinatezza uniche: riesce a vestire di abiti jazz, non troppo stretti né troppo larghi, alcuni dei brani storici dei King Crimson – un lavoro doppiamente intricato, se ricordiamo che una delle radici del gruppo sta proprio in un certo free jazz degli anni settanta. “Starless” regala un sensazionale bridge centrale, un caos ordinato di percussioni e pianoforte; “I Talk To The Wind” acquista una nuova e squisita dolcezza. È un disco capace di portare in luoghi nuovi e inesplorati.


Charles Ives – Central Park in the Dark

Questa composizione è essenzialmente un lavoro programmatico: Ives sfrutta l’orchestra per ricreare una visione notturna di Central Park dei primi del novecento. Lo fa sovrapponendo e giustapponendo diverse sezioni dell’orchestra, modulando da primordiali melodie quartali ad accordi più pieni e sovrapponendo rapsodici interventi solistici, a rappresentare i rumori lontani dei casinò e dei bar. Un documento essenziale, sia musicalmente che storicamente, una delle testimonianze più vive di un epoca, quella priva del rumore cittadino che oggi abbiamo quasi interamente assimilato, che poco a poco sta scomparendo.


Pat Metheny Group – Pat Metheny Group

L’esordio del PMG è una pietra miliare. Jazz “bianco”, molto raffinato ed elaborato: la chitarra di Pat, chiara e ricca di chorus, è lontana anni luce dal sound corposo che oggi lo caratterizza. Ma è la fine degli anni settanta: Pat è un giovanissimo prodigio del jazz, un vero onnivoro del genere, sempre alla ricerca di nuovi ambienti in cui sperimentare. Le coordinate del PMG sono tutte già presenti, forse un po’ primordiali, ancora grezze, ma il sound e le intenzioni sono già ben delineate. Tra tutte, “Jaco”, uno dei pezzi fusion con più groove della storia.


Tomasz Stańko Quintet – Dark Eyes
Superbo. Uno dei dischi jazz più belli che abbia mai sentito. Tomasz Stańko, conosciuto attraverso la serie Homeland (di cui “Terminal 7” è la sigla), è uno di quei giganti del jazz che conosci solo scavando nel genere, di quelli che hanno migliaia di progetti e dischi all’attivo, ma ne senti parlare poco. Il disco è oscuro, buio e soffuso, perfetto per una camminata al tramonto per vie cittadine circondate di palazzi moderni: un lavoro urbano, solitario, astratto e arcano.


Tool – 10.000 Days
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Qualche anno fa questo disco dei Tool mi soddisfaceva incredibilmente. Oggi molto meno: a parte “Vicarius” e “Right in Two” gli altri brani mi scivolano un po’ addosso senza fermarsi più di tanto. Riconosco la grandezza del lavoro e, soprattutto, l’omogeneità stilistica e linguistica che i nostri sanno creare: è un ottimo disco, indubbiamente, ma non mi cattura più come una volta. Peccato!


Tuck & Patti – The Best of Tuck & Patti

Eterna coppia nella musica e nella vita, Tuck & Patti sono un unicum nel panorama musicale odierno. Sono il classico duo che ti aspetti di trovare al bar di matrice jazz, quei gruppi che hanno esperienza e talento a palate, ma sei sicuro che mai usciranno da quel fumoso locale. Loro invece ce l’hanno fatta e sono ora uno degli act jazz più richiesti e più graditi dal pubblico. La voce di Patti, calda e nera come poche, è un vero marchio di fabbrica, riconoscibile come poche, ma è nell’incredibile inventiva di Tuck, nella sua abilità di comping che risiede la bellezza di questo progetto: sono pochi i chitarristi che possono vantare una padronanza così competa dello strumento, sia tecnica che armonica.

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Informazioni su Alessio Premoli

Chitarrista e compositore di Milano. Porta avanti un progetto solista, con il quale sta per pubblicare il terzo disco, e suona con altri gruppi. Scrive per passione collaborando con OverNewsMagazine e SouniDisotorti. Appassionato di fantascienza e dedito alla matematica (in cui vanta una laurea) lavora come consulente software nella speranza di diventare presto musicista fulltime!
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