Album Notes: “Duemilanove”

Sono passati tre anni da quando Duemilanove è uscito. “Uscito” forse è una parola grossa: forse un “rimbalzato sulle orecchie di amici e conoscenti” è più fedele alla realtà, almeno fino a quando sono nati gli APJ.
26 Gennaio 2010. Esco di casa, faccio un salto alla Feltrinelli, compro “Orchestrion” di Pat Metheny: quando torno a casa piazzo le tracce su bandcamp e su facebook e aspetto reazioni.
Ma non è dell’esito di questo disco che voglio parlare. Almeno non adesso. Vorrei invece raccontare quale è stata la genesi di quel disco e di ogni singolo brano, gettando uno sguardo a quel duemilanove così strano da meritarsi pure il titolo di un disco.

Ricordo ancora il primo brano che scrissi. “Glass Window”, il 30 Aprile 2009 (segno sempre le date quando scrivo gli spartiti): era un giovedì sera di ponte, casa libera, nessuno che uscisse per fare qualcosa. Chitarra in mano di fronte al riflesso della finestra e butto giù una serie di accordi: “belli” penso. Prendo carta e penna ed inizio a scrivere: come un fiume in piena escono il primo ed il secondo tema, esce il bridge, l’idea base della batteria e qualche idea per gli assoli. La mattina dopo mi sveglio presto: scrivo una batteria un po’ samba e lo scheletro del brano è pronto. Passa qualche giorno e inizio a programmare le parti su garageband: in poco meno di una settimana il pezzo è completo, così come lo sentite sul disco.
Da tempo avevo in testa un giro di accordi: Fa maggiore, La maggiore. Ci piazzo un paio di variazioni, giro il riff, sistemo qualche accordo in più, creo un bel synth per aiutarmi ad improvvisare. Involontariamente avevo già in mano “Sweet Evening By The Sea”, frutto di tre take opportunamente tagliate e di un tema semplice che mi canticchiavo in testa da un bel po’: il suono della chitarra, però, non mi convinceva. Ed è lì che è arrivata l’idea fulminante di farlo passare attraverso un simulatore di ampli di basso e di piazzarci un po’ di chorus.
Molto brani di “Duemilanove” sono nati così: un’idea fondamentale all’inizio (un giro di accordi, un esercizio di chitarra, un riff sulla tastiera), un paio di rielaborazioni e registrazione. Il tutto in un arco di tempo limitato: da un paio di ore a quasi un paio di settimane.
Ovviamente all’inizio non c’era il progetto di far confluire tutto in un unico lavoro coerente e organizzato: molte fasi di scrittura erano più che altro delle sfide con me stesso, per testare la mia capacità di saper organizzare un brano o di tradurre in musica determinati stati d’animo. Poco a poco, però, ogni singolo tassello musicale trovava una controparte in un tassello umano di quell’anno e diventò quasi necessario far convergere il tutto in un unico lavoro.

Senza titolo

La prima versione del disco era imbarazzante. A parte “Glass Window” e “Sweet Evening by The Sea” gli altri brani che avevo incluso erano abbozzi, strutture improvvisate, idee fuori tempo e sconnesse. Ed infatti non ne ero troppo convinto anche io: così invece di darlo in pasto al giudizio impietoso di amici e colleghi ho preferito farlo ascoltare a qualche orecchio critico, dal quale potevo attendermi un’opinione sincera. Ne è bastata una. Gianni, il mio allora insegnante di chitarra, mise in luce tutti i difetti del lavoro: poca coerenza, poca struttura, i temi non si sentono, gli arrangiamenti sono troppo approssimativi e c’è poca cura del lavoro. Una stroncatura in pieno, ma non certo una disfatta: dopo una settimana di sconforto mi misi di nuovo all’opera. Era fine luglio, sul disco comparivano queste tracce:

  1. Duemilanove
  2. Sweet Evening by The Sea
  3. Blue Bossa
  4. Confused
  5. Tanya
  6. Un po’ Methenyana
  7. Eyes of a Desperate
  8. Improvvisata
  9. Glass Window
  10. Duemilanove (reprise)

La title-track ha in comune con la versione definitiva solo la batteria, tutto il resto non è nulla.
Tra luglio e agosto non ricordo di aver scritto molto. Sicuramente avevo portato a termine “Tanya” scrivendo le parti e sistemando gli arrangiamenti del finale e realizzato “This Lovely Girl of Mine”, rielaborando un vecchissimo brano che avevo scritto ai tempi degli Antilogy.

Con l’inizio di settembre ripresi in mano “Duemilanove” scartando la pessima idea di piazzare una reprise al termine del disco. Della versione primordiale mantenni solo la batteria: dritta, un po’ funk, bella ritmata. Mi piaceva molto l’idea di una chitarra acustica che suonasse un po’ di accordi con tante corde a vuoto, cercando di stare dietro al groove: registrai una take, un po’ ispirata ad alcuni pezzi acustici dei Dream Theater. Dall’altra parte volevo creare un contrasto: un tema rilassato, fatto di note lunghe, che dialogasse, attraverso poche tensioni, con il giro armonico. Il tutto accompagnato da una tastiera per creare più ambiente.
Il pezzo funzionava: tema, assoli e ripresa del tema. Ma gli mancava qualcosa, quel lampo di luminosità che avrebbe cambiato la faccia al tutto. La risposta era lì: perché non fare un bell’unisono di tra chitarra e tastiera, magari simulando un moog o un qualcosa di simile? L’idea crebbe ancora: perché non cambiare tonalità all’improvviso?
Gli ingredienti erano pronti: gli accordi fecero il resto e la title-track prese la sua forma definitiva. Forse fu proprio questo contrasto – sia nel tema, sia tra e varie parti che compongono la struttura – a convincermi definitivamente a mantenere “Duemilanove” come titolo del disco, per rappresentare quei contrasti che avevano attraversato trasversalmente l’anno stesso.

“A Project” nacque in un modo alquanto singolare. Era una mattina che non c’era lezione e, ancora in pigiama, pigramente aprii garageband: volevo scrivere una base in la minore per esercitarmi un po’ con le scale e l’improvvisazione, registrando quello che suonavo e riascoltandolo per cogliere eventuali errori o cose da migliorare. Scrivo questo giro: A-, G, E-, F. Piazzo il jack e faccio partire la registrazione: quello che sentite è quello che suonai, dall’inizio fino alla prima variazione. Rimasi parecchio sorpreso. Buttai giù qualche accordo in più e il pezzo era finito: tutt’oggi la ritengo una delle mie canzoni migliori e molti ascoltatori sono della stessa opinione. Una piccola nota sul titolo: la “A” non sta per Alessio Premoli, come alcuni hanno suggerito, bensì per Alan Parson, visto che il riff centrale di tastiera è dannatamente identico a quello di “A Dream Within a Dream”. Un tributo involontario, una citazione ad un musicista che all’epoca significava molto per me.

Covercd

Uno dei pensieri che mi assillava durante mattinate in metropolitane alla volta di Piola era l’assenza di un pezzo funky nel disco. “Ci vorrebbe proprio un bel funkettone” mi dicevo tra me e me, seduto in mezzo a un migliaio di altri viaggiatori, “magari un bel giro in mi minore, che poi passa in la maggiore e poi…”. Il bello di “Funky Morning” è che non la scrissi neanche con la chitarra in mano: dopo un po’ di settimane con questi pensieri il brano era già pronto. Avevo in testa la struttura, il numero di assoli, i suoni che volevo: mi canticchiavo già in testa il tema e il suo sviluppo sull’armonia che avevo pensato. In un pomeriggio convertii le idee in registrazioni. E alla fine, anche il desiderio di un pezzo funky era stato esaudito.

Verso novembre avevo già scritto e completato otto brani su dodici (undici se non si conta l’introduzione): il disco non era ancora completo, mancavano alcuni tasselli fondamentali, ma molte persone mi domandavano a che punto fossero i lavori e quanto tempo ancora si sarebbe dovuto aspettare. Fu così che decisi di far girare un EP di tre tracce (“Glass Window”, “Improvvisata” e “Blue Bossa”) per soddisfare l’appetito di quei due o tre coraggiosi ascoltatori che pazientemente attendevano i miei comodi tempi di lavorazione. L’EP piacque e fu uno sprono a portare avanti il lavoro.
Scrissi “Beauty To Sell” pochi giorni dopo la fine di una breve storia con una ragazza: era il quindici di Novembre. Il brano non è minimamente collegato a ciò, se non da un fatto molto marginale: affrontando l’argomento con un’altra signorina, venne fuori questa frase per descrivere l’atteggiamento “espansivo” di una terza persona. Spogliata di ogni senso denigratorio, la perifrasi era accattivante, un interessante titolo per un brano. In quel periodo adoravo giocare con pad molto ariosi e ambientali: avevo scritto un po‘ di passaggi in do minore su cui improvvisare per divertirmi. Dall’altra parte avevo questo giro di pianoforte a cavallo tra un blues ed una bossa: l’unione dei giri creava uno splendido contrasto. Arricchii il tutto con altri sintetizzatori e armonie sussurrate, arrivando così a realizzare un brano di più di dieci minuti: una bella soddisfazione per un amante del prog!

Di “Glimpse of Serenity” ho poca memoria. Desideravo tanto un pezzo che iniziasse con la pioggia, per poi inserire le varie parti sovrapponendole l’una all’altra. Purtroppo più di questo non so dire…

“Impression #2” e “Winter Butterfly” arrivarono assieme. Terminati i pre-appelli di Dicembre mi ero ritagliato parecchio tempo da dedicare al disco. Il primo dei due è nato come tentativo di costruire un qualcosa di minimale, basandomi interamente su accordi di settima maggiore: la ritmica e l’accompagnamento dovevano essere ridotti all’osso, giusto un accenno. Il secondo, invece, si basa su una progressione di accordi che spesso mi scoprivo a suonare quando lasciavo scorrere le dita sulla chitarra a mente libera: a questo ci ho aggiunto un paio di passaggi con accordi sospesi, con il solito intento di creare il contrasto tra le parti. Il risultato è stato il pezzo più propriamente jazz del disco.

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Mentre gli ultimi due brani erano in fase di lavorazione, sentivo che il disco era oramai completo. Decisi di aggiungere un’introduzione prima del primo brano, giusto per accompagnare un po’ per mano l’ascoltatore a quelle che erano le atmosfere del lavoro. C’era ancora un’incognita: “Tanya”.
Di quel brano credo di aver registrato almeno una trentina di take, nessuna delle quali mi ha mai soddisfatto. In realtà neanche quella sul disco si avvicina alla versione che ho in mente: solo di recente credo di aver sbloccato l’arrangiamento giusto. In ogni caso, vuoi per la persona a cui è dedicato (una vecchia amica che da troppo tempo non sento più), vuoi perché richiede un certo tipo di atteggiamento, non riuscivo ad ultimarlo. Tant’è che la versione che è presente sul disco è del 24 Gennaio, due giorni prima che uscisse il disco!

Questa è la storia dietro a “Duemilanove”, disco realizzato da un chitarrista che poco sapeva (e poco sa) di registrazioni e che per la prima volta si affacciava ad un lavoro del genere: e credo che queste evidenti immaturità si possano sentire per bene. Nonostante questo, a distanza di tre anni, posso dirmi più che soddisfatto: tra alti e bassi la musica lì dentro contiene indubbiamente una parte di me e di quel frenetico anno.
Ma la storia non finisce qua: negli anni successivi, con l’avvento degli APJ, i brani si sono evoluti, raggiungendo una forma ben definita, evoluzione dell’idea in nuce contenuta nelle parti registrate. “A Project” è diventato un brano marcatamente trip hop, “Sweet Evening by The Sea” s’è rivestito di post rock e di ambient, “Glimpse of Serenity” si è trasformata in una dolce ballata dalle tinte rock, “Funky Morning” vive di una rinnovata anima fusion. E, last but not the least, “Duemilanove” che è stata registrata dagli APJ al gran completo nella versione che potete ascoltare qua sopra!

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Informazioni su Alessio Premoli

Chitarrista e compositore di Milano. Porta avanti un progetto solista, con il quale sta per pubblicare il terzo disco, e suona con altri gruppi. Scrive per passione collaborando con OverNewsMagazine e SouniDisotorti. Appassionato di fantascienza e dedito alla matematica (in cui vanta una laurea) lavora come consulente software nella speranza di diventare presto musicista fulltime!
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