Playlist #005

Danger Mouse & Daniele Luppi – Rome [2011]
Dave Brubeck Quartet – Time Out [1959]
Duff – 12 Centesimi al Km [2007]
Loraine – An Autumn Evening EP [2012]
Norah Jones – Come Away With Me [2002]
pg.lost – It’s Not Me, It’s You! [2008]
Storm Corrosion – Storm Corrosion [2012]

Per questo appuntamento ho dovuto fare una cernita: oltre a quelli elencati c’erano in playlist altri sei dischi. Sarà che con la chiusura degli esami e con la fine “formale” (manca solo la proclamazione) del ciclo universitario, mi è rimasto più tempo per me e per coltivare più a fondo attività che non fossero solo studiare e suonare. Alcuni di questi outsider si beccheranno presto un post tutto per loro, altri cercherò di infilarli in qualche prossima uscita.


Danger Mouse & Daniele Luppi – Rome
DMDLR

Un consiglio buttato lì dopo un paio d’ore di sala prove è diventato uno dei miei dischi preferiti in assoluto. Danger Mouse, al secolo Brian Burton (già produttore degli Gnarls Barkley), si unisce al compositore italiano Daniele Luppi per realizzare qualcosa assieme: il risultato è Rome, disco che cerca di riproporre, in chiave moderna, le sonorità tipiche delle musiche da spaghetti western. E lo fa con intento quasi restauratore: ricercano strumenti vintage (dagli organi alle chitarre, fino agli effetti), riunisce i Cantori Moderni (quelli de Il Buono, Il Brutto e il Cattivo, insomma) e ci inserisce numerose digressioni orchestrali. Il tutto condito dalle voci di Jack Black e di Norah Jones, davvero in simbiosi con l’anima del disco. Un lavoro prezioso, con atmosfere appena desertiche, alle volte sussurrate, alle volte più decise: c’è tanta bellezza in questo lavoro, tanta musicalità, ci sono i suoni giusti, le melodie e gli strumenti trovano un loro personalissimo posto. C’è un equilibrio perfetto tra forma pop, ambientazione da colonna sonora e desiderio di lasciar fluire la composizione: provare con un brano come “Black” o con “Two Against One“.


Dave Brubeck Quartet – Time Out

La notizia della morte di Dave Brubeck è arrivata come un fulmine a ciel sereno: con animo dispiaciuto ho pensato che recuperare questo disco fosse un dovere di musicista e di stimatore del genere. Time Out è uno di quei lavori della corrente mainstream che rasentano la perfezione compositiva e sonora: qua il jazz più colto e raffinato sa fondersi con momenti di musica classica di incredibile finezza. Ne è prova il “Blue Rondo à la Turk” con il suo alternarsi di swingate e di unisoni, senza contare la famosa “Take Five” con la sua metrica in cinque (divisa in ternario e binario), vero inno del jazz che ha saputo rompere le mura del genere, arrivando al grande pubblico. Ma questi sono solo due episodi particolarmente significativi: tutto il disco scorre seguendo queste tendenze, lasciando l’ascoltatore travolto da tanta maestria.


Duff – 12 Centesimi al Km

Scanzonati, semplici, ironici e disinteressati. Ma fino ad un certo punto: alle volte l’ironia è una maschera per qualche messaggio più profondo, alle volte le chitarre sanno farsi meno grattuggione e più interessate alla potenza del riff. Senza contare la produzione davvero degna di nota. Un dischetto che si lascia ascoltare e si lascia capire.


Loraine – An Autumn Evening EP


Un pomeriggio apro twitter e mi trovo questo messaggio “Hey, if you like post rock, you should check out our EP, it’s free. We’re a new band out of Atlanta.” Mi apro il bandcamp, mi scarico l’ep e me lo ascolto: i ragazzi ne sanno. Ok, si può dire che è il classico disco di post rock strumentale alla God is an Astronaut e alla Mono: vero. Però suona da dio, crea atmosfere infinite, malinconiche, di quelle che ti sconvolgono e ti scavano nei sogni più reconditi. Quei suoni che vorresti ascoltare la mattina quando cammini nella nebbia o la sera, quando la stanza è troppo piccola per contenere tutti i tuoi pensieri: ce ne vuole di più di musica così, anche se è il nuovo disco alla Mogwai.


Norah Jones – Come Away With Me

Uno dei miracoli del pop contemporaneo. Norah ha invaso radio e televisioni con un gusto jazz acustico sul quale non avresti mai scommesso in vita tua. Eppure, nel 2002, brani come “Don’t Know Why” hanno scalato irte classifiche di disco pop decisamente imbarazzante, conquistando il cuore e le orecchie di migliaia di ascoltatori. Questo debutto è un piacevole compagno, un disco studiato nei particolari, dal suono caldo e avvolgente. E poi c’è lei, con una delle voci più espressive e più femminili che abbia mai ascoltato. Dopo quasi dieci anni rimane un lavoro fresco e coinvolgente.


pg.lost – It’s Not Me, It’s You!

Una bomba di post rock. Basterebbe la prima canzone, “The Day Shift”, a decretare amore eterno per il gruppo: inizio drone, con un chitarrone che fa accordi evanescenti, poi una prima esplosione, un decrescendo fino al silenzio più sottile e infine una violenta deflagrazione conclusiva. I pg.lost hanno una loro anima, li riconosci fra mille: puoi dire “qua suonano un po’…” però è solo un riflesso, solo un richiamo. C’è un suono definito, uno stile personale. E questo disco è una bomba.


Storm Corrosion – Storm Corrosion
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Debutto per la strana coppia Steven Wilson/Mikael Åkerfeldt: una collaborazione che prima o poi ci si aspettava e un disco da tempo annunciato, condito da una bella campagna promozionale con tanto di interviste e fan question. Non ho gridato al capolavoro, anzi, probabilmente è uno dei lavori di SW che mi hanno richiesto più tempo in assoluto per essere digeriti. Storm Corrosion è punto d’incontro tra un certo tipo di progressive, la musica drone, il folk, un ambient dalle tinte fosche e la musica da camera. Ci sono momenti decisamente riusciti (l’omonima title-track o la superba “Ljudet Innan”) e altri decisamente più inutili (l’iniziale “Drag Ropes” che due ascolti su tre skippo senza pietà): al netto di questo si può dire un disco che funziona, che suona, ma che per farsi capire richiede tempo. Ciò che trovo di positivo è constatare il livello di libertà compositiva ed esecutiva che i due hanno potuto raggiungere, un livello a cui possono sperimentare liberamente in ogni direzione. Piccola nota: questo disco è parte involontaria di quel filone neo folk che da un paio di anni invade l’europa scendendo dal nord. Provare a confrontare con Syven o Tenhi vari per credere.

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Informazioni su Alessio Premoli

Chitarrista e compositore di Milano. Porta avanti un progetto solista, con il quale sta per pubblicare il terzo disco, e suona con altri gruppi. Scrive per passione collaborando con OverNewsMagazine e SouniDisotorti. Appassionato di fantascienza e dedito alla matematica (in cui vanta una laurea) lavora come consulente software nella speranza di diventare presto musicista fulltime!
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