Playlist #003

Boards of Canada – In a Beautiful Place out in the Country [2000]
Engineers – Engineers [2005]
The Jeff Lorber Fusion – Water Sign [1979]
Metallica – Metallica [1990]
Porcupine Tree – Signify [1996]
The Alan Parsons Project – Eye in the Sky [1981]

Una volta lasciati alle spalle una serie di gravose incombenze (tra cui uno di quegli ultimi esami che ti si attaccano addosso come poche cose sanno fare) dare uno sguardo sui proprio ascolti recenti può essere molto significativo e davvero piacevole, potendoseli godere finalmente con la meritata pace.


Boards of Canada – In a Beautiful Place out in the Country
Un piccolo EP di ventiquattro minuti, il compagno ideale per una breve camminata nella fredda Milano notturna di metà Novembre, un gioiello di IDM con quel gusto analogico e marcatamente vintage che alle volte è in grado di farmi impazzire. Loro sono un duo scozzese di musica elettronica, uno dei pochi in grado di creare quelle sonorità che ti scavano dentro, che ti fanno sentire meno abietto abbandonato sui sedili del metrò, che quando chiudi gli occhi senti eco ignote di sensazioni che conosci così bene, ma hai bisogno di qualcuno che te lo ricordi. Non è un discorso di musica sintetica, è un discorso di quanto questi due riescano a scavare così nel profondo con strutture di una semplicità pervasiva e disarmante, capaci di mantenere l’attenzione con pochi e ben velati cambi di ambientazione. Fini artigiani dell’anima.


Engineers – Engineers

Un’altra piacevole rivelazione. Melodie eteree, voci calde e sussurrate, cori ampi e spaziosi, quel gusto che strizza l’occhio all’elettronica, ma rimane saldo su dinamiche rock: ecco cosa è questo disco, undici tracce di pop sognante e accogliente. Il tutto ruota attorno alla semplicità delle composizioni e ad un attenzione certosina ai pochi elementi essenziali dei brani, così da creare un perfetto equilibrio tra un’anima marcatamente pop ed una più sperimentale. “Home” con il suo ritornello godibilissimo (e che già dopo il primo ascolto sarete li a canticchiare), la leggera malinconia di “Come in out of the Rain” e le melodie di “Said and Done” sono tutti validi motivi per lasciarsi prendere da questo lavoro. Un disco che attraversa tanti aspetti, tante visioni musicali piegandole di volta in volta ad un preciso linguaggio musicale e ad un mondo sussurrato e ospitale.


The Jeff Lorber Fusion – Water Sign

Un disco che è nero dall’inizio alla fine: parte il groove al primo secondo e fino all’ultima nota non smette di pulsare. Jeff Lorber si circonda di validi compagni cimentandosi in un lavoro che è funk concentrato in otto tracce immediate, dirette in faccia: ci sono i soli stupendi, c’è un lavoro di batteria che lascia senza fiato, suoni belli asciutti e senza compromessi. Il disco ci lascia con certe perle incredibili: “ Tune88“, quasi un inno funky, “Toad’s Place” e “Water Sign”. Un lavoro quasi sconosciuto di un dinosauro del jazz e del funk, uno di quei grandi che rimangono privilegio di poche orecchie.


Metallica – Metallica


La band con il nome più improbabile della storia del metal (e che nonostante questo ne è diventato un pilastro essenziale) alle prese con il classico disco che ha venduto quello che ha venduto perché sopra ci stava la ballad da accendino. Per il resto una bomba: il lavoro è un vero e proprio album epocale, momento di passaggio dagli anni ottanta agli anni novanta, dalle canzoni lunghe e tirate a brani più brevi, diretti, tutti studiati sull’energia, sugli accordoni e sulla voce. Svolta pop? Insomma, il Black Album è pieno di schiaffi che fanno male. Penso più al disco della maturità, a quel tipo di disco che interpreta l’anima in subbuglio di un epoca che è lì per iniziare. L’epoca in cui compri il metal perché c’è la ballad da accendino? Forse…


Porcupine Tree – Signify

Parlare di un disco dei Porcupine Tree è difficile. Sarà perché è il gruppo che più adoro e stimo, sarà perché ogni singolo lavoro mi parla in modo differente e molto personale, ma esternare un parere su un loro prodotto potrebbe costarmi/vi pagine e pagine di noia devastante. La faccio breve: killer album. Malinconico al punto giusto, un equilibrio tra quel gusto psichedelico e ambient dei primi lavori e il gusto metal di quelli successivi: ci sono di quei pezzi qua dentro che solo a pensarci ho la pelle d’oca (“Dark Matter” su tutti, “Waiting”, “Every Home is Wired” solo per non doverli citare tutti). Non ascoltatelo se siete felici: è musica volutamente triste, scritta in momenti tristi per dirvi che non siete soli al mondo. Non lamentatevi se non vi dice nulla al mare, sotto l’ombrellone in mezzo agli amici. Non è il momento adatto.


The Alan Parsons Project – Eye in the Sky 

Non basta il nome del gruppo e del disco a dire tutto? Alan Parsons, oltre a vantare il curriculum più bello della storia della musica, può dire di aver scritto l’intro più conosciuta della storia, “Sirius”. E un disco che ti inizia così non può che essere superlativo. È tutto l’Alan Parson che avete desiderato: quello da classifica, che fa le canzoni pop con le orchestre, che cura anche i colori dei cavi con cui ha collegato gli oscillatori, di quello che riesce a sintetizzare tutta la musica esistente in quattro minuti di canzone alla volta. E non è cosa da poco.

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Informazioni su Alessio Premoli

Chitarrista e compositore di Milano. Porta avanti un progetto solista, con il quale sta per pubblicare il terzo disco, e suona con altri gruppi. Scrive per passione collaborando con OverNewsMagazine e SouniDisotorti. Appassionato di fantascienza e dedito alla matematica (in cui vanta una laurea) lavora come consulente software nella speranza di diventare presto musicista fulltime!
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